Antonio de Curtis in arte Totò di Pietro Gargano

Inserito da Luigi Passariello il 3 maggio 2017

di Pietro Gargano

Antonio de Curtis (Totò) è stato forse l’unico uomo al mondo ad aver avuto tre funerali. E non perché era diventato principe, bensì perché gli volevano bene, e ancora gliene vogliono. Un epilogo così l’attore che fu chiamato per la prima volta Totò dalla madre, quasi un battito di tamburo, certo non se lo sarebbe aspettato.

Giovedì 13 aprile 1967, tarda mattinata. Terminate le prime riprese di “Il padre di famiglia”, diretto da Nanni Loy, Totò è sulla Mercedes grigia che lo riporta a casa in anticipo sull’orario solito. L’autista Cafiero lo accompagna all’ascensore del palazzo in via Monte Parioli 4. Totò gli dice: ““Cafie’, mi sento ‘na schifezza”. Franca Faldini, sua compagna da quattordici anni, ha un trasalimento quando apre la porta, lo vede bianco in volto, impaurito. Non perde un istante e chiama il medico di famiglia. Il primo responso è rassicurante, niente di grave, un po’ di stanchezza e basta. Prescrive palliativi. L’attore continua ad avere mal di stomaco.

Venerdi 14 aprile. La giornata trascorre programmando le vacanze estive. Totò vuole passarle a Napoli, sopra Posillipo. Franca sorride. La cena è una minestra di semolino e una mela cotta. Tornando dalla cucina Franca lo trova con la testa appoggiata alle braccia sul tavolo, terreo. “Chi mi ha tirato questa fucilata al petto?” chiede Totò. Trema e suda, avverte un formicolio al braccio sinistro. Nessun dubbio oramai, il male sicario ha colpito le coronarie, tre infarti in due ore. Totò è fatto distendere sul letto. Il buio è calato.

Franca avverte la figlia Liliana, il medico curante, il cardiologo professore Guidotti, il cugino segretario Eduardo Clemente. Nessuno conosce gli estremi pensieri di Totò, chi sa se ha pensato ai decenni di applausi del suo pubblico, alle sue donne, ai suoi 150 cani adottati, alle sue canzoni. Oppure se ha avuto ricordi tristi, magari i fischi del 1922 al Teatro della Valle di Aversa, che lo allontanarono da Napoli, proprio com’era accaduto al tenore Enrico Caruso. O la delusione più recente, l’aver intravisto, in una falla del velo calato sui suoi occhi, che la sala del teatro in cui gli davano un premio era mezza vuota. O magari ha sentito un lampo di sofferenza per Massenzio, il figlio sbocciato nel ventre di Franca, che mai oltrepassò la soglia della vita.

Sabato 15 aprile, ore 3.25, la sofferenza finisce. Addio Totò. Per andarsene ha scelto l’ora in cui andava a dormire. I cronisti vanno alla ricerca delle sue ultime parole e hanno risposte discordanti o se le inventano. “Franca, t’aggio vuluto bene veramente” viene attribuita alla vedova dagli occhi di mare. “Professò, vi prego,  lasciatemi in pace, fatemi morire. Fatelo per la stima che vi porto. Il dolore mi strazia, professò, meglio la morte” è la confidenza del cardiologo. “Eduà, sto male, portami a Napoli” riferisce il cugino, al quale Totò ha fatto in tempo a dare 120.000 lire, “basteranno per le mie esequie modeste”. “Ricordatevi che sono cattolico apostolico romano” afferma invece sua figlia Liliana, ed è quasi un’istruzione per salutarlo in fede. Forse è meglio ricordare, a mo’ di congedo, la frase da lui di certo pronunciata pochi giorni prima in un’intervista: “Ho fatto un ammasso di schifezze. Chiudo in fallimento. Nessuno mi ricorderà. Sarei potuto diventare un grande attore e invece non ho fatto nulla di buono”. La frase sta lì a provare che anche i più grandi possono sbagliare profezia...

Appena fatto giorno il telefono è intasato da chiamate di cordoglio. I postini bussano più e più volte con i telegrammi. Si fa la fila davanti alla porta della camera da letto da cui è da poco partita l’anima di Totò. E’ cominciata la fiera dell’ipocrisia, ostenta commozione e rimpianto pure chi in vita lo ha diffamato. I critici che firmavano “vice” le recensioni dei suoi film “da guitto di serie B” per non compromettere il loro buon nome. I colleghi maligni e invidiosi. I registi che non l’avevano voluto per i loro progetti più ambiziosi. Gli intellettuali con la puzza al naso. Totò non se ne sarebbe turbato, l’aveva previsto. Disse a Franca: “Il mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo paese, in cui però per venire riconosciuti qualcosa, bisogna morire”. Pure la morte, per lui, fu un’occasione di sorriso. Sì, in questa epoca lui viveva per sbaglio.

Domenica 16 aprile. I giornali fanno titoli enormi in prima pagina, “E’ morto Totò”. A volte i giornali sanno interpretare i sentimenti della massa. La sfilata di omaggio continua, alla fine si conteranno in tremila i visitatori, qualcuno addolorato per finta. Occupano ogni poltrona o sedia del salone con la moquette gialla, la gabbia di uccelli esotici, la foto con la dedica di Umberto di Savoia. Totò si congeda in giacca blu e bottoni d’argento, cravatta nera, pantaloni grigi e calzini rossi. Ha  le mani su un mazzo di rose, accanto c’è un santino del prodigioso Antonio di Padova.

Arrivano pure i colleghi che lo hanno stimato davvero. Renato Rascel, piangendo, dice che”il suo grande dolore non è stato quello di morire ma quello di lasciare il suo pubblico”. Nino Manfredi ammette di avere rubato qualcosa “all’ultima grande maschera della commedia dell’arte”. Nanni Loy lo elogia non solo come attore ma come uomo che, “soprattutto negli ultimi anni ha portato nel lavoro un contributo  di passione e di presenza particolarissimi”. Mario Castellani, la spalla più fedele, scuote il capo: “E’ morta una parte di me, non mi sento più vivo”. Più tardi Mario Monicelli,  pur è innocente, si rileva il più sincero nell’autocritica: “Con Totò forse abbiamo sbagliato tutto. Lui era un genio, non solo un grandissimo attore. E noi lo abbiamo ridotto, contenuto, obbligato a trasformarsi in un uomo comune tarpandogli le ali”.

Venerdì 17 aprile, ore 11.20. Dopo due giorni di pellegrinaggio ininterrotto nella camera ardente casalinga, la bara di Totò viene portata nella chiesa romana di Sant’Eugenio in viale delle Belle Arti. Sul legno, la bombetta dell’esordio e un garofano rosso. Il rito è essenziale e breve, per la Chiesa scritta con la maiuscola l’attore è morto in peccato perché non aveva mai sposato Franca. Forse l’aveva previsto, questo ostracismo, perciò ripeteva che si erano sposati segretamente in Svizzera e mai bugia ebbe più candore. La cerimonia scarna in fondo corrisponde ai suoi desideri, voleva esequie semplicissime.  La bara viene fatta uscire da un’uscita secondaria e parte per Napoli, scortata da motociclisti della Stradale, una scia di lancinanti sirene.

Ancora venerdì 17 aprile, ore 16.30. Il carro funebre raggiunge Napoli, al casello dell’Autostrada del Sole la folla è già un piccolo oceano. La gente piange e ride. La vettura impiega due ore per fare poche centinaia di metri. Attraversa a fatica piazza del Carmine, riesce a percorrerla solo perché i presenti – in centomila come allo Stadio San Paolo, ma qualcuno li valuta in 250.000 -  si scansano con un segno di croce per aprire un varco. C’erano tutti quelli che l’hanno aiutato quando era nessuno. Nei suoi ritorni a Napoli Totò si faceva portare da un cocchiere o da un tassista agli indirizzi dei vecchi benefattori e infilava una banconota da diecimila lire sotto alla porta, quella grande come un lenzuolo, affinché – s’illudeva – nessuno sapesse da chi era arrivata quella offerta.

Nella basilica dei miracoli della Madonna sono tremila, azzeccati l’uno all’altro. Qualcuno divide, precario, il piedistallo della statua di un santo. Qualche altro si è arrampicato sull’organo. Si racconta di malori sul sagrato di quanti credevano di aver visto il fantasma di Totò e invece era Dino Valdi, la sua controfigura, tale e quale. La commozione è intensa, Napoli sa essere rispettosa pure quando esprime la sua pena senza falsi pudori. Domina il silenzio. Dai palazzi cadono petali di fiori come si fa al passaggio dei santi. Quando gli amici più cari prelevano la bara dal carro per portarla in chiesa, gliela strappano tante mani che vogliono toccarla. L’orazione ufficiale spetta a Nino Taranto, non solo collega. Parole semplici, sentite, dette con voce spezzata, usando per la prima volta il tu, dopo tanti anni passati a darsi del rispettoso voi.

“Amico mio questo non è un monologo ma un dialogo perché sono certo che mi senti e mi rispondi .- dice Taranto – La tua voce è nel mio cuore, nel cuore di questa Napoli che è venuta a salutarti, a dirti grazie perché l’hai onorata. Perché non l’hai dimenticata mai, perché sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che l’avvolge. Tu, amico, hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l’allegria di un’ora, di un giorno, tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno. I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui. Ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l’ultimo ‘esaurito’ della sua carriera e tu, tu maestro del buonumore, questa volta ci stai facendo piangere tutti. Addio Totò, addio amico mio. Napoli, questa tua Napoli affranta dal dolore, vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori e non ti scorderà mai. Addio amico mio, addio Totò”.

Taranto racconterà poi un retroscena. Quando chiese notizie dei funerali. gli dissero che si sarebbero svolti a Roma. Sbottò: “Totò è napoletano, appartiene a questa città. Se la salma passasse in segreto i napoletani si sentirebbe privati di una cosa cui hanno diritto”. Chiamò subito Libero Bovio, giornalista del Mattino, e insieme assunsero l’organizzazione dei funerali. Era giusto. Come dirà Lucio Dalla “la bellezza di Totò è la bellezza di Napoli”. 

La bara è coperta di fiori. Franca Faldini maschera il dolore sotto il velo nero, in prima fila. Velata è pure la faccia della figlia Liliana. Finalmente Totò torna al sole. La grande folla, finora silente, esplode nell’applauso più fragoroso che l’attore abbia mai ricevuto, più forte del rintocco delle campane. E’ un rimbalzo di affetti, Totò aveva poetato “Io voglio bene a Napule / pecché ‘o paese mio,  / è cchiù bello ‘e ‘na femmena, | carnale ‘e simpatia”.

Il furgone punta sul cimitero del Pianto, lassù in collina. Totò è collocato nel candore di marmo della tomba di famiglia, dove riposano il padre Giuseppe, la madre Anna e la cantante Liliana Campagnola, il suo rimorso. Totò l’aveva conosciuta in fotografia, uno splendore avvolto nelle piume di scena. Liliana aveva un corpo conturbante, la faccia segnata dal proiettile sparato da un amante geloso e nascondeva la ferita sotto il caschetto di capelli. Finalmente la conobbe a Napoli, alla fine del 1929.  Galante, la inondò di rose rosse e messaggi dolci. Si amarono, in uno scambio frenetico di gelosie. Lei voleva una relazione stabile, lui passava di palco in palco, finché non decise di partire da solo per una tornata di recite al nord.

Sentendosi abbandonata, Liliana si uccise con i barbiturici in una stanza d’albergo a Santa Lucia, era il marzo del 1930. Lasciò un biglietto straziante per dignità: “Antonio, potrai dare a mia sorella Gina tutta la roba che lascio in questa pensione. Meglio che se la goda lei, anziché chi mai mi ha voluto bene. Perché non sei voluto venire a salutarmi per l’ultima volta? Scortese, omaccio! Mi hai fatto felice o infelice? Non so. In questo momento mi trema la mano… Ah, se mi fossi vicino! Mi salveresti, è vero? Antonio, sono calma come non mai. Grazie del sorriso che hai saputo dare alla mia vita grigia e disgraziata. Non guarderò più nessuno. Te l’ho giurato e mantengo. Stasera, rientrando, un gattaccio nero mi è passato dinnanzi. E, ora, mentre scrivo, un altro gatto nero, giù per la strada, miagola in continuazione. Che stupida coincidenza, è vero?. Addio. Lilia tua”.

 

 

Totò, sconvolto, volle seppellirla nella cappella dei de Curtis, nella tomba sopra a quella destinata a lui. Diede poi il suo nome alla figlia e conservò per tutta la vita un  fazzoletto rigato di rimmell trovato sul luogo del suicidio, forse usato per asciugare le lacrime. Liliana figlia, rispettosa sempre delle volontà paterne, magari dice una preghiera anche per lei, quando Totò viene murato.

Risalendo il viale del camposanto Liliana sente un tocco educato su una spalla, si gira e si trova davanti a un uomo tutto vestito di nero, compreso il cappello, con un cartoccio sotto al braccio. L’uomo si presenta: “Io sono Luigi Campoluongo, a servirvi”, e allora lei capisce chi era. Totò di lui parlava spesso, lo chiamavano “Naso ‘e cane”. Quell’appendice rincagnata in mezzo alla faccia era un mito, chi la diceva procurata dal morso di un cane e chi da un suo rivale detto ‘o Craparo. Luigi era il padrone della Sanità, un guappo come quelli di allora, un protettore del quartiere, temuto e rispettato.

Sul viale del camposanto don Luigi toglie lo spago al pacchetto e appare una fotografia di Totò, con dedica affettuosa. E’ una specie di passaporto per la confidenza. Il guappo dice: “Il maestro me la diede tanti anni fa, quando aveva appena esordito. Io conoscevo bene, ‘o guaglione e so che si è pigliato collera per le esequie a Roma, lui le voleva alla Sanità, addò nascette. ‘O principe ha da turnà a’ casa. Allora, se permettete, ora provvedo io. Avrete l’invito”. Va via con ossequio, scappellandosi.

Liliana ha paura. I giornali hanno scritto che Toto ha lasciato un’enorme eredità, forse un miliardo di lire. Non è vero, giacché chi vive in onestà non si arricchisce mai, ma qualcuno potrebbe tentare di approfittarne, di fare un ricatto. Liliana torna a Roma con la testa affollata di pensieri. Passano i giorni, l’incontro al camposanto è dimenticato Liliana ha perfino riso amaramente quando ha letto che Federico Fellini, il regista che si era beffato di chi gli proponeva di girare un film con Totò, ora chiede di farlo santo. Sta provando a elaborare il lutto quando le arriva una busta, dentro c’è l’annuncio del terzo funerale di Totò alla Sanità, dato come se fosse morto ieri, quasi a cancellare i precedenti. Segue telefonata di don Luigi, “Vi mando a  prendere. Ho prenotato l’albergo. Venite senza pensieri, signò, siete sotto la mia protezione”. Liliana de Curtis arriva a Napoli secondo programma, sono venuti a prelevarla, c’è la camera d’albergo ad attenderla.

22 maggio, è passato poco più di un mese dal primo saluto romano. La figlia del principe è accompagnata nella chiesa  di Santa Maria, la casa di San Vincenzo ‘o Munacone, il patrono della celebre festa di piazza a luglio. I grandi artisti venivano tutti, pure Modugno e Celentano. Non era mancato Totò, per rispetto a don Luigi. L’aveva conosciuto a vent’anni, a quel tempo mammà lo voleva prete ma a lui piacevano troppo le ragazze, l’ultima era una guagliona di via dei Cristallini, bella ma con l’inconveniente d’essere promessa sposa a un altro. L’attore in erba, aggredito, seppe difendersi e si meritò la stima dell’uomo d’onore. Don Luigi mandava i suoi uomini a scortarlo quando Totò voleva rivedere la Sanità, in piena notte per evitare la ressa.

La Sanità ora brulica di folla che parla di Totò come se fosse un parente stretto. Via Santa Maria Antesaecula, la strettoia in cui era nato 69 anni prima, è un deserto, gli abitanti sono tutti a salutare l’amico. All’ingresso del tempio c’è una bara, vuota. I guaglioni del capo la sollevano come se pesasse tanto, il peso della grandezza, e la depongono delicatamente davanti all’altare. C’è una foto scattata quel giorno, ritrae il primo banco della fila, accanto a Liliana c’è proprio don Luigi, il cappello appoggiato sulle gambe e il bastone. La prima moglie  Diana e Antonella Ungari completano il quartetto. Nino Taranto è in seconda fila. Non mancano Dolores Palumbo, Aurelio Fierro, Giosué Ippolito. Alla fine don Luigi si congeda con un “signò, sto qua per qualsiasi cosa di cui avrete bisogno”

Il nipote di’ “Naso ‘e cane”, Gino Campoluongo, di recente ha svelato che l’avo aveva tentato subito di salutare Totò alla Sanita, ma fu Nino Taranto a dissuaderlo. “No, don Luì, chesto ll’aggia fa’ io, m’attocca”. Il guappo, per onore e per rispetto, si fece da parte, ma poi cominciò a preparare il terzo funerale, con l’appoggio della Associazione Valenziana della Sanità. A rifletterci fu una replica di successo, l’avvio di un revival mai finito.

Lassù, nella livella del cimitero del Pianto, adesso Totò tenta di mettere pace tra Esposito Gennaro scupatore e il nobile marchese signore di Rovigo e di Belluno, il primo coperto di stracci, l’altro cu ‘o tubbo, ‘a caramella e ‘o pastrano. Esposito Gennaro dice che Totò, appena arrivato, ha chiesto a San Pietro “noie vulevon savuà addò andare ccà”. Il marchese lo nega. Totò si limita a sorridere.

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