Inserito da redazione il 10 settembre 2018

Nel cortile del Maschio Angioino, ritorna per due sere (12 e 13 settembre ore 21) ”Lavali col Fuoco”  cantata semiseria di Aurelio Gatti e Mario Brancaccio con Simona Esposito, Lello Giulivo, Maurizio Murano, Anna Spagnuolo, Patrizia Spinosi e le musiche dal vivo di Michele Bonè 

“Uno spettacolo corale che è nello stesso tempo grido disperato e sberleffo ironico. Una festa di coreografie e canti coinvolgenti, che ha però il sapore amaro di una riflessione sulla vita: i corpi ondeggiano e le voci si levano in un unicum che erutta come un vulcano e arriva fino al pubblico scatenando emozioni contrastanti. Ecco Lavali col fuoco!, spettacolo scritto da Aurelio Gatti e Mario Brancaccio (per la regia dello stesso Gatti).

giulivo esposito murano brancaccio

L’idea per questa pièce, in cui prosa e musica si incontrano e si abbracciano anelando l’una all’altra, viene da un’intervista di Antonio Ghirelli a Pier Paolo Pasolini durante le riprese napoletane del Decameron: «Napoli è stata una grande capitale, centro di una particolare civiltà, ma strano, ciò che conta non è questo. Io so questo: che i napoletani oggi sono una grande tribù che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare. Questa tribù ha deciso, in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte, di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia o altrimenti la modernità». E appunto l’estinguersi sembra essere tema cardine dello spettacolo: il rischio di scomparire nel nulla che accomuna una città attraversata da mille contraddizioni e un’arte come il teatro, continuamente minacciato dal progresso e dall’avanzare del tempo.

Il sipario si alza su un gruppo di attori smarriti in una notte senza alcuna illuminazione, né riferimento; una dimensione tanto confusa, che non si è nemmeno sicuri sia notte o limbo, oblio. Questi guitti, un po’ vagabondi e un po’ mendicanti, si arrabattano, si azzuffano, litigano ma poi fanno la pace, pur di non dividersi rimanendo soli; cantano e fanno quel che possono senza mai rassegnarsi a sparire insieme alla propria arte. Il teatro, il solo che conoscano, esiste ancora oppure è già passato? Loro sono morti, oppure hanno un orizzonte verso cui dirigersi?

“Poco più su delle pendici, per un incontro tra simili, è entrato il pensiero di Spartacus e della sua rivolta. In un ristoro sul Vesuvio , l’idea di uomo che con i suoi ideali e con la sua sete di giustizia sfidò il potere di  Roma, ci illuminò… per poco . Il tempo che la signora nel servirci esordisse  con ” facite teatro! Ma vuie site attori! ” … Tra lei contenta d’averci individuato, piatti e un effluvio di parole di ospitlità, il pensiero di Spartaco si ridusse di luminosità ed empatia.

Quel “facite teatro! ” -  era  una stima benevola, ma anche un ambito, un perimetro  e una misura dei presenti.. Senza volerlo la signora  aveva “mitigato” i nostri pensieri più accesi di rivolta e ribellione riportandoli alla condizione  ( o consapevolezza?) dell’ attore … Al caffè, con  “  in questo momento ,ci volesse un bello Spartaco… ” – e un po’ di amarezza, si è conclusa la visione, Già perchè in teatro si procede per visioni.”

Tra rimandi e un infinito futuro di progetti da venire, quell’idea di ribellione e rivolta  non si è sopita ed è stata sufficiente  la rilettura dell’intervista di quarant’anni fa di Ghirelli a Pasolini  per  dare sostanza ad una visione. Si parlava di Napoli come una tribù, di trasformazioni e di resistenza alle trasformazioni.: Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia o altrimenti la modernità. ….. : è un rifiuto, sorto dal cuore della collettività …; una negazione fatale contro cui non c’è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente; ma anche una profonda consolazione, perchè questo rifiuto, questa negazione alla storia, è giusto, è sacrosanto.   Dell’epoca di mutazioni, artificiose e coatte, di società liquide o liquefatte, il teatro -vittima o colluso -, ne fa parte e l’idea di rifiuto ad un cambiamento, elaborato altrove e distante tanto dal presente che dal passato, ha dato forma e senso  a molte nostre “inquietitudini”, teatrali e non..  Dalla percezione dell’ingiustizia, dall’estraneità dei processi avviati – ignari o prepotenti verso ogni identità,  dal divario tra ciò che è e ciò che potrebbe e anzi dovrebbe essere, nasce la rivolta.

Ora  più che mai necessaria per scrollarsi da dosso quell’obsoleto malessere  da comparsa di vite e storie altrui. Due le suggestioni che ci hanno accompagnato : quella di Camus «invece di uccidere e morire per produrre l’essere che non siamo, dobbiamo vivere e far vivere per creare quello che siamo» e come contraltare  Holloway che sostiene che custodire «una dimora essenziale e non alienata nei nostri cuori» non sia una reazione sufficiente all’alienazione e che non si debba rinunciare a lottare qui e ora, insieme. In entrambi i casi  – senza dottrine, regole o ricette, senza ideologie e ortodossie, senza cedere alla rassegnazione e senza incorrere in facili ottimismi –,  l’unica visione  è quella di costruire comunità parziali, capaci di separarsi con audacia dal pensiero unico e ricreare spazi forse solo temporaneamente liberati, isole di resistenza, piccole antisocietà fraterne e ribelli. Il passo per un’identificazione  delle comunità col gruppo di attori… è stato naturale e immediato. Da questo è nato LAVALI COL FUOCO”

Aurelio Gatti

Prodotto da: 

Magica Sas  in collaborazione con  MDA Produzioni, Teatri di Pietra, Gruppodel’79  

costumi Maria Pennacchio
assistente Roberta Esposito
 
Napoli Cortile Maschio Angioino 12 | 13 Settembre 2018 ore 21.00
fonte : Giammarco Cesario