Vincenzo D’Agostino, storico e famoso paroliere, è venuto a mancare a 64 anni.
Il suo nome non era da copertina, ma la sua firma sì. Dietro alcune delle canzoni che hanno segnato la svolta pop della musica napoletana a cavallo tra anni Novanta e Duemila c’era la sua penna. “Non dirgli mai”, portata al successo da Gigi D’Alessio nel 2000, resta uno spartiacque: lessico semplice, una frase che si appoggia alla successiva senza virtuosismi, un racconto, un successo. L’anno dopo “Mon amour” consolidava quella traiettoria, trasformando una scrittura intimista in linguaggio radiofonico.
Addio a Vincenzo D’Agostino,
Con D’Alessio il sodalizio è stato lungo e decisivo, ma ridurre D’Agostino a quell’asse sarebbe impreciso. Ha scritto per Mario Merola, quando la sceneggiata era ancora un teatro popolare capace di riempire platee intere. Per Nino D’Angelo, che stava cercando una nuova pelle artistica. Per Gigi Finizio, per Annalisa Minetti. Nomi diversi, pubblici diversi, un filo comune: la capacità di trovare una frase che restasse addosso.
D’Agostino ascoltava in silenzio, poi interveniva su una parola, una sola, come se stesse spostando un mattone in una parete già costruita. Non cercava la metafora brillante. Cercava l’equilibrio.
Una delle ultime hit che portano la sua firma è “Rossetto e caffè”, scritta per e con Sal Da Vinci, diventata un successo recente. Anche lì, nessuna ostentazione letteraria. Un’immagine quotidiana, quasi domestica, che diventa racconto sentimentale. È una cifra che ha attraversato tutta la sua carriera: rendere cantabile la vita ordinaria.
C’è un’intuizione che forse oggi va detta con franchezza. La canzone napoletana contemporanea ha spesso inseguito modelli internazionali, tra urban, latin e pop globale. D’Agostino ha fatto il contrario: ha tenuto saldo un nucleo narrativo locale, senza chiuderlo in una nostalgia sterile. Ha scritto in napoletano e in italiano con la stessa naturalezza, ma senza mai tradire l’orecchio della sua città.
Non amava i riflettori. Alle presentazioni restava defilato, lasciava parlare gli interpreti. Eppure, chi frequenta questo ambiente sa che un brano nasce prima su un foglio spiegazzato che su un palco. La sua scomparsa lascia un vuoto meno rumoroso di quello di un cantante, ma più profondo di quanto sembri.
Le canzoni restano, certo. Ma resta soprattutto un modo di scrivere che non cercava l’effetto immediato, piuttosto la durata. E in una stagione musicale che consuma tutto in poche settimane, è già una forma di resistenza.








