A Napoli l’acqua non è solo un servizio, è un’eredità che scorre sotto il tufo. Chi vive tra il Vomero e i Colli Aminei lo sa bene: lì l’acqua del rubinetto non si beve solo per necessità, si beve per piacere.
Il segreto non sta nei filtri moderni, ma in una geografia sotterranea che divide la città in aree dal sapore e dalla leggerezza profondamente diversi. Se nel centro storico il calcare è un inquilino fastidioso che segna i lavelli, risalendo verso le zone alte la musica cambia drasticamente.
Il primato delle “zone alte”
I dati dell’ABC (Acqua Bene Comune) relativi ai monitoraggi del 2024 e delle prime analisi di gennaio 2026 confermano un’evidenza che i palati più fini avevano già intuito. La zona del Vomero e dei Colli Aminei (distretto D28) vanta valori di durezza che si attestano intorno ai 20°f (gradi francesi). Siamo nel campo delle acque “dolci” o “medio-dolci”, un lusso per chi è abituato ai residui fissi delle grandi metropoli. Qui l’acqua arriva prevalentemente dalle sorgenti storiche del Serino, un’adduttrice che ha nutrito la città fin dai tempi dei romani e che conserva una purezza oligominerale invidiabile.
Al contrario, scendendo verso la zona orientale, tra Ponticelli e via Mastellone, la durezza schizza oltre i 50°f, rendendo l’acqua “molto dura”. Non è una questione di inquinamento — i parametri di potabilità sono rigorosamente rispettati ovunque — ma di geologia: la miscela con le acque del Biferno e le captazioni locali caricano il liquido di sali minerali che, se da un lato sono ottimi per l’apporto di calcio, dall’altro mettono a dura prova elettrodomestici e arterie.
Un dettaglio laterale: il mistero delle tubature nobili
C’è un aspetto che nessun report tecnico menziona mai, ma che ogni idraulico del centro storico conosce bene: la qualità dell’acqua a Napoli dipende spesso dall’ultimo miglio. In alcuni palazzi nobiliari di via Chiaia o via dei Mille, nonostante l’acqua arrivi dalla “rete buona”, il sapore può risultare metallico. Il colpevole? Non è il gestore, ma le antiche vasche di accumulo in piombo o zinco, ancora presenti in alcuni sottoscala dimenticati, che alterano la chimica del sorso finale. Un paradosso dove l’architettura d’oro rovina l’acqua di cristallo.
L’intuizione non ortodossa: l’acqua come “indicatore sociale”
Potremmo azzardare una tesi sociologica: a Napoli la qualità dell’acqua del rubinetto ricalca la stratificazione sociale. Più sali in alto geograficamente, più l’acqua si fa leggera e “aristocratica”. Non è solo una questione di altitudine, ma di priorità storica nell’allacciamento alle sorgenti più pregiate. Bere l’acqua del rubinetto a Chiaiano (27°f) o a Posillipo è un atto di fiducia nel territorio che chi vive a valle, tra i depositi calcarei di Corso Garibaldi (42°f), ha smesso di esercitare da tempo, preferendo l’ingombro della plastica minerale.
Numeri e casi reali
Prendiamo il caso di via Icaro, una delle zone con i valori più bassi registrati ultimamente: 15°f. Qui l’acqua è quasi paragonabile a quella imbottigliata per l’infanzia. Al contrario, un prelievo effettuato a dicembre 2025 a Cupa Sfondata ha mostrato come la miscelazione necessaria per garantire la portata a tutta la città possa variare i parametri nel giro di pochi chilometri.
La città, insomma, è una scacchiera idrica dove ogni quartiere gioca la sua partita contro il calcare. Sarebbe interessante confrontare questi dati con la manutenzione media delle caldaie zona per zona: ti piacerebbe che verificassi se esiste una correlazione diretta tra i quartieri a “bollino rosso” per il calcare e la frequenza degli interventi tecnici domestici?








