Napoli non ha mai chiesto il permesso ai muri. Li ha sempre usati per parlare. A volte per gridare.
Oggi quei muri sono diventati tappe, coordinate, fermate di un percorso che mescola arte, turismo, rabbia e orgoglio di quartiere. Il cosiddetto Street Art Tour Napoli nasce così, senza un centro unico e senza una mappa ufficiale che tenga davvero. E forse è proprio questo il punto.
Provare a tracciare una mappa dei murales di Napoli significa accettare che sarà sempre incompleta. Nei Quartieri Spagnoli qualcosa sparisce, qualcosa viene coperto, qualcosa nasce durante la notte. A Forcella un murale può diventare un punto di riferimento, poi essere rimosso per lavori, poi tornare sotto altra forma. Non è un museo a cielo aperto ordinato. È una città che si riscrive addosso.
Da Banksy a Jorit: due firme, due mondi
Il murale attribuito a Banksy, la Madonna con la pistola, sta ancora lì, nel centro storico. Non è grande, non è protetto, non è pulito. Ogni tanto viene toccato, rovinato, commentato. È diventato una specie di reliquia laica. Chi passa si ferma, scatta una foto, va via. Dura pochi secondi. Eppure continua a dire qualcosa sulla città, sulla devozione, sulla violenza quotidiana che a Napoli non è mai solo cronaca nera.
Jorit invece lavora all’opposto. I suoi volti sono enormi, impossibili da ignorare. San Gennaro, Maradona, i volti anonimi dei quartieri. Segni sul viso, sguardi frontali. Non decorano, occupano. A Ponticelli o a Scampia non sono “attrazioni”, sono presenze fisse. Chi ci vive non le guarda come opere da catalogo. Le attraversa ogni giorno andando a lavorare, a scuola, a fare la spesa.
Chi cerca il tour “perfetto” spesso resta spiazzato. Non c’è un inizio e una fine. Si passa dal centro alle periferie, dai vicoli affollati alle strade larghe e vuote. Cambia anche lo sguardo del visitatore. All’inizio si cercano le firme famose. Dopo un po’ si iniziano a notare i lavori minori, quelli senza nome, che parlano più piano ma restano più a lungo.
Questa roba non riguarda solo i turisti con lo smartphone in mano. Incide su come certi quartieri vengono percepiti, raccontati, attraversati. Scampia non è più solo Gomorra. Non perché un murale risolva problemi reali, ma perché sposta l’attenzione. A volte basta quello per cambiare una conversazione.
C’è anche l’altra faccia. L’arrivo continuo di visitatori, i tour improvvisati, i murales trattati come sfondi per selfie. Qualcuno nei quartieri storce il naso. Non sempre l’arte di strada nasce per essere consumata. A Napoli questa tensione è evidente. E non è detto che si risolva.
I murales cambiano, si rovinano, vengono cancellati. È successo e succederà ancora. Napoli non li conserva, li usa finché servono. Forse è questo che li rende così diversi da altre città. Non sono simboli stabili. Sono appunti scritti in fretta, lasciati lì a prendere pioggia e sole.
Chi cammina per questo tour se ne accorge presto. Non sta seguendo un percorso chiuso. Sta entrando in una conversazione aperta, piena di rumore, contraddizioni, silenzi. Come la città stessa. E non è detto che alla fine resti una risposta chiara. A volte resta solo una sensazione. Che a Napoli anche un muro, se lo ascolti, ha qualcosa da dire.








